Photovoice

La cura raccontata da chi la vive

Se vogliamo cure davvero orientate alla persona e non al sintomo, dobbiamo avere il coraggio di ascoltare chi soffre. Troppo spesso chi vive un disturbo psichico viene poco accolto e poco interpellato: si parla di lui, raramente con lui. Con questo progetto abbiamo voluto rovesciare la prospettiva e rendere protagonista chi la cura la vive in prima persona.

Il metodo

Il Photovoice è un metodo di ricerca partecipativa nato negli anni Novanta, ideato da Caroline Wang e Mary Ann Burris. L'idea è semplice e insieme radicale: mettere una macchina fotografica nelle mani delle persone direttamente coinvolte in un'esperienza e chiedere loro di raccontarla per immagini. Le fotografie diventano poi il punto di partenza per un confronto in gruppo, in cui ciascuno dà parole a ciò che ha scelto di mostrare.

Il metodo non si limita a raccogliere informazioni: riconosce alle persone la capacità di leggere la propria realtà e di dire qualcosa di vero su di essa. È per questo che lo abbiamo scelto, coerentemente con l'attenzione all'etica della pratica che guida tutto il lavoro del collettivo.

Raccontare la cura da dentro

Il tema su cui abbiamo lavorato è l'esperienza dei periodi di permanenza in struttura. I pazienti hanno fotografato e raccontato che cosa significa attraversare un tempo di cura in un luogo chiuso: l'isolamento, la distanza dalla vita di tutti i giorni, la limitazione della propria libertà, ma anche gli spazi, gli oggetti e i momenti che danno forma a quel tempo.

Una persiana chiusa, un corridoio, una sala comune, un prato visto dall'interno: immagini quotidiane che, attraverso lo sguardo di chi le ha scattate, diventano racconto.

Una soglia porosa

Al lavoro hanno partecipato anche gli studenti del Master "Creative Arts Therapies" dell'Università di Padova e gli operatori dell'équipe riabilitativa di Villa di Salute. Per tutto il gruppo è stata un'esperienza intensa. Molti si sono riconosciuti nelle storie e nelle difficoltà raccontate, e hanno sperimentato una vicinanza profonda con chi le stava condividendo.

È emersa con forza una consapevolezza: la soglia tra chi cura e chi è curato è molto più porosa di quanto si pensi. Il progetto ha permesso di andare oltre la narrazione di un distacco netto tra le due parti e di riflettere sulla complessità e sulla delicatezza di questi temi.

Perché continuiamo

Ascoltare chi vive la cura non è un'aggiunta facoltativa: è una condizione per costruire percorsi davvero personalizzati. Per questo il Photovoice non si chiude qui. È un percorso che abbiamo scelto di portare avanti, convinti che le immagini e le parole di chi attraversa la sofferenza abbiano molto da insegnare anche a chi la cura.

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